Irian Jaia - Raja Ampat

Nell’immaginario di ogni subacqueo ci sono dei nomi che rappresentano “La meta” e tra questi di sicuro c’è Raja Ampat, nella West Papua, Indonesia, sogno lontano miraggio che è possibile coronare.

Al momento di radunare le idee per tracciare la rotta ideale di questo viaggio mi rendo conto che le parole, per quanto accurate e scelte all’interno di una lingua così ricca, si dimostrano del tutto inefficaci e prive della forza descrittiva necessaria per descrivere l’arcipelago di Raja Ampat. Ma gli occhi a volte hanno più paura della braccia, e quindi tento lo stesso, nella speranza che possa trasparire l’emozione vissuta in questo angolo remoto del nostro pianeta.

Il viaggio è lungo e l’arrivo all’aeroporto di Sorong ci vede stanchi, anche se molto motivati. Il trasferimento ci ha portato a saltellare per ben otto fusi orari differenti ed il nostro metabolismo ne risente. Ma oramai ci siamo, manca solo l’ultimo tratto di navigazione: la barca molla gli ormeggi e scivola sulla superficie del mare liscio come uno specchio spinta dai potenti propulsori, rotta Nord Ovest. Ci attende una traversata di circa un’ora e mezza, due ore massimo, con un panorama unico: all’uscita dal porto le palafitte tipiche dei villaggi locali, dai tetti colorati e dalle fattezze così varie da sembrare un dipinto naif incorniciano il primo tratto, ma presto spariscono a poppa. A prua l’orizzonte è disseminato di isole, isolotti, semplici scogli, scolpiti dalla forza dell’oceano, completamente coperti dalla giungla che sembra contendergli ogni spazio libero, che si stagliano sul cielo azzurro e sembrano sospendersi nel nulla sopra il mare. A prora con il vento addosso, a respirare questo mondo liquido, il suo soffio vitale, per iniziare a vivere Raja Ampat fin da subito, mentre gli occhi che vagano sulla superficie alla ricerca di un segno che confermi le aspettative. Un’increspatura, la barca rallenta, una coppia di Marlin emerge appena, facendo svettare le pinne dorsali in quella che mi piace pensare essere una danza d’amore. È il nostro benvenuto? Forse, ma non si limita a questo, perché poco più avanti diecine e diecine di dorsi lucenti si inseguono scorrendo rapidi sotto il pelo dell’acqua, con quell’armonia giocosa che sembra essere propria solo dei delfini, che stringono idealmente la barca in un abbraccio denso di promesse mentre per un po’ ci scortano verso la nostra stessa direzione. I segnali del mare, il suo sospiro, vivo ed inconfondibile che accompagna l’ospite verso la meta finale, l’isola di Waisai, ed il villaggio, oramai prossimo, è riconoscibile, ora che stiamo per attraccare, solamente da un pontile in legno che esce dal muro verde e si protende incerto verso il blu. Il vigore prorompente della giungla impenetrabile occupa ogni spazio della costa rocciosa che cinge la baia, che porta i segni della forza tranquilla e consapevole del mare che la scava e la segna in modo inequivocabile. Al centro si staglia una spiaggia bianca ed immacolata sulla quale si protendono i rami e le fronde più audaci, quasi a volersi riappropriare anche di quello spazio, espressione della forza della natura in possente armonia. E non è solo la vista ad essere estasiata davanti a questo spettacolo, è anche l’olfatto carezzato dagli odori dei fiori, del mare, della vegetazione, o l’udito, dai mille e mille rumori della giungla che vive ed ignora quella piccola presenza umana che ci attende serena e disponibile sul pontile stesso, per darci il benvenuto nella loro terra, accogliendoci con un linguaggio di segni, sguardi e sorrisi che supera ogni barriera linguistica e riunisce etnie apparentemente differenti in un unico grande abbraccio. Quello che può il mare e che sembra non potere l’essere umano senza di lui. Pochi passi e siamo dentro la foresta tropicale anche noi, attraverso i percorsi che si dipartono e si spingono in essa verso le semplici ma accoglienti dimore che ci ospiteranno. Lo stile è locale, in legno, dal tetto spiovente, a dire il vero grandi oltre ogni esigenza, con quello che serve e nulla di più. Disfare i bagagli è qualcosa che può essere rimandata, un tuffo in quel mare no e quindi fuori solo il costume e quindi a mollo ad attendere il tramonto!
Quando il sole scivola dietro il capo che delimita la baia ad Ovest, il cielo si tinge di impossibile ed i rumori si affievoliscono per essere sostituiti da quelli della notte, altrettanto affascinanti e misteriosi. È ora di andare a dormire visto che domani ci attendono le prime immersioni, anche se non si può non assaporare il respiro della notte attardati sulla veranda. Un fruscio diverso nel sopraggiunto, momentaneo silenzio ridesta l’attenzione, che ormai scivola in un limbo ovattato di serena stanchezza: nel fitto del fogliame degli alberi che circondano la spiaggia antistante c’è qualcosa di un po’ più grosso di un uccello notturno. La macchina fotografica è sempre a portata di mano e la luce pilota del flash lo individua accoccolato tra due rami, musetto curioso e pelliccia folta e maculata, con due fanali spalancati al posto degli occhi che scrutano il buio mentre le mani (che di zampe non si può parlare) trattengono le foglie per portarle alla bocca e la lunga coda “nuda” si mantiene saldamente arrotolata ad un ramo per consentire una stabile posizione. È un Cuscus, raro marsupiale arboricolo che osserva placido, curioso e per nulla disturbato questi strani esseri bipedi che emanano lampi nella sua direzione. È solo il primo scampolo di giorno e già la stanchezza del viaggio si è dissolta in un fremito di curiosità che ritarda inevitabilmente l’arrivo del sonno.

Poche ore ed i primi raggi di sole entrano dalla finestra: sveglia, è ora di scoprire le bellezze del mare! Veloce colazione e via verso il diving ad assemblare l’attrezzatura (solo questa prima volta a dire il vero) e ad ascoltare il briefing per una descrizione del programma giornaliero che inizierà con un check dive. Le imbarcazioni sono veloci ed il punto prescelto è raggiunto in breve: siamo a Kiss Miss, ed il nome stimola seducenti avventure. Finalmente in acqua: la prima sensazione, quando siamo ancora avvolti nelle bolle generate dall’ingresso di schiena è il calore dell’acqua che è a 31 °C. Sensazione splendida! E quando le bolle si dissolvono e comincia la discesa lo stupore è totale: reef intatti, formati da una varietà di acropore stupefacente, alcionarie, gorgonie, coralli duri e molli di ogni forma e dimensione si intravedono dietro una moltitudine di specie di pesce, ovunque in perenne movimento, in continuo alternarsi, nel rumore della vita di barriera, nel canto che qui si sente ovunque. Non c’è un angolo che non sia preso, “pieno”, vivo, che non sia un’esplosione di energia vitale, che non sia un microcosmo straordinario. Come fare per rendere l’idea? Forse l’associazione più immediata è quella del ricordo di quei giochi semplici che stupivano la fantasia dei bambini con il solo utilizzo di grani colorati in un prisma per stimolare la fantasia di un bimbo: il Caleidoscopio. Forse la variazione continua di colore, di geometrie, di masse di specie che si alternano sotto il pelo dell’acqua è paragonabile alla visione dei mille colori che si formano con quel semplice gioco. Incredibile. L’ora di immersione si frammenta in una miriade di emozioni, incontri, scorci, dove l’inconsueto e il raro sembra diventare l’usuale e la norma. All’uscita i commenti entusiastici dei più rompono il silenzio, che invece prediligo, avvolgente, per sigillare le sensazioni vissute in un angolo recondito del mio essere. Placidamente la barca ci conduce verso un’isola deserta, un fungo di roccia con abbarbicata la giungla che circonda una spiaggia bianchissima sorvolata da aironi, rare fregate, pappagalli, mentre una coppia di aquile di mare a testa bianca sfiora le correnti nella ricerca del pesce di cui si nutrono. Lo sguardo si perde nel racconto quotidiano della natura mentre in questo lembo di terra viene allestita una seconda colazione, consumata a mollo dell’acqua ancora più calda che lambisce la battigia; lo staff del diving provvede alla sostituzione delle bombole con quelle cariche appena giunte dal villaggio a bordo di una veloce lancia ricavata da un unico enorme tronco scavato a mano. Il relax è totale e mentre lo sguardo si perde nell’azzurro del mare che si fonde con il cielo di questa natura straordinaria, il tempo trascorre nel racconto degli incontri differenti effettuati sott’acqua dai due gruppi. È tempo del secondo tuffo. Pochi minuti di barca verso il punto stabilito, un reef con il cappello a pochi metri sotto la superficie, e di nuovo giù, con la sensazione di scendere in un posto lontano miglia e miglia rispetto al precedente, tanto differente sembra la morfologia del luogo e gli abitanti che lo popolano. Qui ogni specie si manifesta in vesti differenti per colori e forme: gorgonie hanno tutti i colori possibili che vanno dal giallo acceso al rosa, all’arancio, grugnitori, carangidi, anthias, branchi di platax accompagnano i subacquei in immersione. Ancora una sensazione forte di inatteso, di nuovo, di vivo ed intatto. Di “completezza” di viva armonia.
Dopo la seconda immersione si torna al villaggio, per il pranzo, mentre come al solito lo staff provvede al cambio delle bombole per la terza immersione della giornata. Alle 16 siamo di nuovo sott’acqua ed il sole più basso sul tramonto crea zone d’ombra che esaltano i colori e tagli di luce, delizia del fotografo. Terza immersione e nuova sensazione di essere in un luogo distante miglia e miglia, morfologicamente differente dai precedenti, tutto spacchi ed anfratti, con una moltitudine di azzannatori gialli che circondano tutto il reef e colorano ogni angolo, mentre il pesce di barriera compie evoluzioni rapidissime per evitare gli attacchi dei carangidi che con un lavoro di squadra da manuale sferrano attacchi fulminei, ignorando completamente i subacquei che si trovano sulla loro rotta. È un’esplosione di vita in movimento, di dinamico equilibrio, di rara unicità. In un anfratto la guida ci mostra l’ennesimo insolito: è uno squalo tappeto ornato (orectolobus ornatus), che si mimetizza perfettamente con l’ambiente, circondato da glass fish, pigramente adagiato e quasi insensibile agli stimoli di Arif che lo solletica per farlo uscire. Lo straordinario narra la vita di Raja Ampat, fatta di incontri che si succedono ogni giorno, di pareti avvolte in nuvole di carangidi e barracuda, fatta di secche semiaffioranti percorse da tartarughe, napoleoni, Bump head o tappezzate da dolci labbra, dentici, anthias; fatta di anfiteatri costituiti da spianate di sabbia circondate da coralli ad ombrello dove le grandi mante in formazione, con la loro maestosa andatura si accosteranno ai subacquei, carezzandoli con le loro immense ali; fatta di barriere che dal blu si spingono sotto le isolette a formare pareti ricche di gorgonie che ospitano cavallucci marini pigmei, di anemoni traboccanti di pesci pagliaccio e gamberetti trasparenti con le uova; fatta di scorci unici, come i gradini scavati dal mare nella viva roccia, dove si protendono le radici della magrovie, in uno incontro in uno “spazio intermedio” completamente tappezzato da coralli molli e da alcionari.

Raja Ampat è un posto incredibile e se è vero che un uomo deve inseguire i suoi sogni, posso dire di aver inseguito il mio. Ma siccome quando li raggiunge deve pensare al sogno successivo, beh, già so quale sarà il mio: tornare a Raja Ampat.

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